30 aprile 2017
Aggiornato 22:30
il caso

L'Antitrust boccia la legge sull'Home Restaurant, Gnammo: «Non tutti i limiti sono negativi»

L'Antitrust boccia il decreto sull'Home Restaurant, ma i pareri tornano a essere frastagliati. Il punto di vista di Cristiano Rigon di Gnammo su ciò che è emerso dai pareri dell'AGCM

Team Gnammo (© Credits photo courtesy of Gnammo)

TORINO - La decisione dell’AGCM di bocciare il decreto legislativo sull’Home Restaurant preannuncia, ancora una volta, risvolti più o meno frastagliati. Del resto la legge non pare mai aver messo d’accordo tutti, specie qui in Italia, e non sembra farlo tantomeno ora, quando in gioco ci sono abitudini che si stanno consolidando sempre più sul territorio nazionale e che, di fronte al legislatore, vogliono aver parola.

Gnammo e il parere dell’Antitrust
Per l’Antitrust la legge in questione pone dei limiti ingiustificati che vanno a limitare la concorrenza con la ristorazione tradizionale e aumentano la discriminazione, ovviamente a discapito di chi pratica la ristorazione domestica. Si violerebbero i principi della libertà economica e, soprattutto, le disposizioni europee che impongono agli stati membri di favorire lo sviluppo di economie collaborative in grado di creare nuove opportunità. Ma i pareri degli addetti al settore, nei confronti dell’Antitrust, sono ancora una volta contrastanti, tra chi è soddisfatto come Giambattista Scivoletto fondatore di Homerestaurant.com e chi, invece, pur concordando sui limiti evidenziati da AGCM, si dichiara in parte lontano, come Cristiano Rigon, di Gnammo. La miccia, in ogni caso, è stata accesa e non potrebbe  essere altrimenti dato che stiamo parlando di un un business che solo nel 2014 ha fatturato in Italia 7,2 milioni euro. «È positivo che l’AGCM rilevi gli stessi limiti che Gnammo aveva evidenziato lo scorso gennaio, in seguito all’approvazione della legge sull’home restaurant alla Camera - ha detto Cristiano Rigon - . La nuova normativa contiene alcuni punti che limitano fortemente la sharing economy. Ciò nonostante, ci sono alcuni punti che ci vedono distanti dalla valutazione dell’AGCM».

Il limite delle piattaforme digitali
L’AGICM vede nelle piattaforme digitali un forte limite quando esclude il rapporto diretto tra l’Utente cuoco e l’Utente fruitore al di fuori di tali piattaforme. Questo riduce le possibilità quando gli utenti sono avvezzi all’uso di Internet e crea discriminazione nei confronti dei ristoratori tradizionali che non hanno questi limiti. Eppure dobbiamo partire dal presupposto che se la sharing economy esiste è proprio grazie alla tecnologia. «Ritengo che l’utilizzo delle piattaforme digitali per l’esercizio dell’attività di home restaurant non rappresenti tanto un limite, quanto piuttosto un’opportunità di promozione e pubblicità che altrimenti non avrebbe se rimanesse confinata tra le mura domestiche di una casa privata - spiega Rigon -. Al contrario, la piattaforma e quindi internet sono l’unica via che hanno gli home restaurant per ottenere visibilità».

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Il pagamento online
L’ennesimo paletto per l’Antitrust, nella misura in cui la prestazione pagata prima di averne beneficiato generi insoddisfazione e quindi metta l’utente nell’impossibilità di disdire la prestazione anche sul posto. Disposizioni che sono state scritte per garantire la trasparenza ed evitare che le attività si svolgessero ‘in nero’. «È bene ricordare - sottolinea Cristiano Rigon - che l’home restaurant è un’attività destinata al privato cittadino, non all’imprenditoria: non si può pensare che lo stesso sostenga un rischio d’impresa, dove l’impresa non esiste. Riteniamo pertanto corretto che l’utente possa disdire anticipatamente, entro certi limiti temporali, la propria prenotazione, ed allo stesso tempo che il fornitore del servizio sia tutelato, non avendo magazzino, dall’aver fatto acquisti che poi non riuscirebbe a smaltire. Questo anche nell’ottica di ridurre lo spreco di cibo che si genera con il c.d. no show».

Limiti sui proventi
Quanto all’osservazione fatta dal Garante rispetto ai limiti sui proventi che la legge va a imporre «Gnammo è assolutamente concorde anche se su basi differenti - afferma Rigon -. Occorre precisare che detti limiti risulterebbero incostituzionali laddove si andasse ad inquadrare l’attività come libera impresa, cosa che la legge non va a toccare. Va ricordato che la definizione stessa di Home Restaurant inquadra l’attività come non professionale, e quindi fuori dai canoni propri di un’impresa, dove fondamentali sono i numeri di crescita ed il rischio che tutto ciò comporta. Per questo sosteniamo con forza che non si debbano avere limiti sul fatturato, per consentire agli operatori di valorizzare prodotti della tradizione e del territorio senza dover stare attenti al «costo del cibo». Crediamo invece opportuno ragionare sul porre dei confini, anche numerici, così come è stato fatto a suo tempo per le attività di B&B, proprio al fine di ribadire che si sta normando un’attività non professionale, senza che questi siano di freno alla crescita del settore».

No all’home restaurant nei B&B
L’AGCM contesta, inoltre, il limite imposto dal decreto che vieta ai gestori di B&B o proprietari di AirBnb di offrire anche attività di home restaurant escludendo a chi utilizza, a esempio, piattaforme come AirBnb per affitti a breve termine di poter proporre anche eventi di social eating. Su questo articolo gli animi sono piuttosto caldi. Le disposizioni dovrebbero essere riformulate per offrire maggiori possibilità, ma incontrerebbero comunque un limite, quello dei regolamenti regionali sul turismo che questa possibilità la vietano. Alla luce di tutte queste precisazioni e ai limiti emersi anche dall’AGCM, la palla passa al Senato che dovrà - con il suo parere - concludere l’iter legislativo. Le opinioni sembrano quanto mai frastagliate, ma in questo Paese tutto è possibile.