30 aprile 2017
Aggiornato 22:30
il caso

Perchè l'Antitrust boccia la legge sull'Home Restaurant

Secondo l'Antitrus il decreto che mira a regolare l'Home Restaurant limiterebbe la libertà economica di chi svolge questa attività innovativa discriminandolo nei confronti dei ristoratori tradizionali

Perchè l'Antitrust boccia la legge sull'Home Restaurant (© Adobe Stock)

ROMA - Leggi e innovazione, in Italia, sembrano non andare per nulla d’accordo. Dopo che il Tribunale di Roma ha disposto il semaforo rosso per Uber ecco che arriva un’altra sorpresa, questa volta a favore, sembrerebbe, di chi l’innovazione la sostiene a spada tratta e punta i piedi contro una legge che è stata approvata lo scorso gennaio, quell’Home Restaurant. Nel suo ultimo bollettino, infatti, il Garante per la Concorrenza boccia la legge su diversi punti. Quella norma già approvata alla Camera e in attesa del parere definitivo del Senato non sembra aver soddisfatto neppure l’Antitrust, oltre all’accesa frotta di chi pratica la «ristorazione domestica». Motivi? Una legge discriminatoria che frena la concorrenza.

L’Antitrust boccia la legge sull’home Restaurant
«Una legge che fa brindare solo le lobby dei ristoratori e che lascia l’amaro in bocca a chi vede vanificati due anni di sforzi diretti a trovare delle regole giuste e corrette per tutti - aveva affermato Giambattista Scivoletto, amministratore del sito www.bed-and-breakfast.it con 16.000 B&B registrati il 30% dei quali interessati all’home restaurant e fondatore di HomeRestaurant.com -. Una legge che impone tanti e tali controlli e limiti che porterà inevitabilmente alla rinuncia di tantissimi aspiranti cuochi casalinghi, soprattutto quelli che più avrebbero portato lustro ed esperienza al settore dell’accoglienza culinaria domestica». E ora pare che l’Antitrust gli abbia dato ragione. Ciò che viene maggiormente contestato, infatti, è il tetto massimo al numero di coperti (500) e di proventi (5.000 euro) che un ristoratore amatoriale può realizzare nell'anno, oltre ai limiti che provengono dalla gestione dell'attività esclusivamente mediante le piattaforme digitali. «Limitazioni del tutto ingiustificate», ha asserito Giovanni Pitruzzella, presidente di AGCM, che prende in considerazione le disposizioni europee volte a favorire lo sviluppo della sharing economy e, quindi, anche dell’Home Restaurant.

Limita il rapporto diretto tra le parti
Secondo l’Antitrust il regolamento in questione «esclude ogni possibilità di rapporto diretto tra l’Utente cuoco e l’Utente fruitore al di fuori di tali piattaforme», poiché il ddl specifica che l’Home Restaurant debba svolgersi necessariamente attraverso una piattaforma digitale. Questo riduce l’offerta dei servizi di ristorazione per i clienti meno avvezzi all’uso di sistemi digitali/elettronici di acquisto che quindi non possono usufruire del servizio e dal punto di vista dell’offerta crea una discriminazione con i ristoranti tradizionali che, oltre a poter promuovere la propria attività e ricevere prenotazioni mediante siti  internet , mantengono la possibilità di avere un contatto diretto con la clientela.

Impossibile disdire sul posto
Il decreto sull’Home Restaurant, inoltre, impone di pagare la prestazione prima di averne beneficiato attraverso le piattaforme digitali. Secondo l’Antitrust tale previsione «impedisce o rende più oneroso per il cliente di avvalersi, ad esempio, della possibilità di disdire sul posto un servizio rivelatosi inadeguato», creando dei forti limiti per chi si ritrova, magari, in una location non particolarmente apprezzabile, e ha quindi serie difficoltà a rifiutare il servizio.

Contrario alla libera iniziativa economica
Al fine di assicurarsi che l’attività di Home Restaurant sia occasionale e non diventi quindi professionale il decreto ha fissato il limite dei coperti (500 all’anno) e dei proventi (5mila euro all’anno). Se da una parte il legislatore fa di questi limiti la garanzia che l’attività di ristorazione domestica si limiti all’occasionalità, secondo l’Antitrust, tali limiti appaiono ingiustificati poiché contrari al principio di libera iniziativa economica. «In tal modo, l’operatore viene privato della libertà di definire autonomamente come e in che misura organizzare la propria attività economica». A tal proposito il Garante considera ingiustificata anche la norma che vieta di organizzare le cene in abitazioni affittate a turisti, come bed and breakfast o Airbnb.

Una legge discriminatoria
Nel complesso, secondo l’Antitrust, il decreto che disciplina l’attività di ristorazione domestica «appare nel suo complesso idoneo a limitare indebitamente una modalità emergente di offerta alternativa del servizio di ristorazione e, nella misura in cui prevede obblighi che normalmente non sono posti a carico degli operatori tradizionali, risulta discriminare gli operatori di home restaurant». E meno male che la legge avrebbe dovuto essere il punto di equilibrio per salvaguardare sia i lavoratori tradizionali che chi si dedica allo sviluppo di queste attività innovative.