29 aprile 2017
Aggiornato 05:30
Giovani Confindustria

L'Industria 4.0 varrà 4 punti di Pil, Marco Gay: «Non esiste manifattura senza digitale»

Potrà mai esistere una manifattura senza digitale? - chiede Marco Gay -. La risposta è ovviamente no. Anche l’impresa più tradizionale non potrà competere senza digitalizzazione». La soluzione è l'Industria 4.0

Marco Gay: «L'Industria 4.0 varrà 4 punti di Pil» (© ANSA)

MILANO - Siamo al 25esimo posto in Europa quanto a evoluzione digitale (uso di internet, digitalizzazione delle imprese, competenze tech e smart cities) e al secondo posto come Paese manifatturiero, sempre nel Vecchio Continente. Per glia addetti ai settori, coloro che il digitale lo masticano tutti i giorni, è chiaro che nella nostra nazione c’è qualcosa che non funziona. Parte da questa considerazione l’intervento del presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Marco Gay al Forum dell’Economia Digitale svoltosi ieri a Milano e che ha radunato al Centro Congressi oltre 4mila persone, tra cui startupper, studenti, investitori e cittadini.

Non esiste manifattura senza digitale
«Potrà mai esistere una manifattura senza digitale? - chiede Marco Gay -. La risposta è ovviamente no. Anche l’impresa più tradizionale non potrà competere senza digitalizzazione, senza tecnologie come il cloud, l’e-commerce, solo per citarne alcuni. Il software non è più elemento distaccato dell’impresa, ma ne diventa parte essenziale». E noi, che di digitale ci sporchiamo le mani tutti i giorni, facciamo presto a capirlo e dare ragione a Marco Gay. Ma le imprese italiane lo fanno? La recente ricerca messa in campo da Unioncamere Piemonte ha evidenziato che - ad esempio - nella regione sabauda solo il 6% delle industrie manifatturiere torinesi ha già implementato soluzioni integrate di Industria 4.0, mentre per ben il 68% il tema non riveste interesse nelle politiche aziendali future. E questo ciò che accade solo in Piemonte. La situazione non è però particolarmente diversa nelle altre regioni.

Digitalizzare le imprese
I dati fuori dall’Italia, invece, parlano un’altra lingua. In Cina il 45% degli acquisti in beni di lusso avviene tramite e-commerce, nel Regtno Unito l’83% della popolazione effettua acquisti online, mentre in Italia solo il 29% della popolazione (tra 16 e 74 anni) ha effettuato un acquisto online nell’ultimo anno. «Oggi il marketing si fa sui social - continua Gay - e i nostri frigoriferi, le nostre auto, le nostre macchine devono comunicare con i nostri device». E questa è l’Industria 4.0, la digitalizzazione delle imprese, di tutte le imprese. Dal piccolo calzolaio di paese all’industria di cioccolato in città.

Forti nell’export.
«Con 500 miliardi di export nel 2016 abbiamo la forza per crescere e che poggia sul Made in Italy - continua Marco Gay -. Abbiamo quasi 7mila startup innovative che danno lavoro a oltre 36mila addetti, abbiamo talenti, idee e progetti e queste startup innovative quando funzionano hanno un valore aggiunto superiore alle imprese tradizionali». Punti a nostro favore su cui tutti dobbiamo lavorare affinché quel 25esimo posto che ci vede fanalino di coda in Europa quanto a digitalizzazione del Paese, si trasformi e sia possibile per noi risalire la china. «Perché il mercato non tollera squilibrio». E perché i segnali sono incoraggianti: secondo  l'Osservatorio Export del Politecnico di Milano l'export online vale 7,5 miliardi. I grandi retailer online sono il principale canale di e-commerce, seguito da marketplace e siti di vendite private.

L’Industria 4.0 vale 4 punti del Pil
E lavorare sull’Industria 4.0, sulle imprese tradizionali italiane. «L’industria 4.0 è l’unica opzione possibile. Vale 4 punti di Pil nei prossimi tre anni il che significa 110 miliardi di ricavi per le imprese nei prossimi 5 anni. Ricavi che arrivano fino ai 300 miliardi contando anche le realtà di sharing economy», conclude Marco Gay. Il cambiamento è inarrestabile e non si fermerà. Starà alle imprese adeguarsi a esso.