23 maggio 2017
Aggiornato 20:30
big data

Capitalismo digitale, siamo proprietari dei nostri dati?

I Big Data sono oggi un patrimonio inestimabile per le aziende e muovono miliardi di dollari. Noi li cediamo a titolo gratuito. Ma potremmo esserne proprietari e per questo pagati e riconosciuti nelle trattative tra le aziende?

Capitalismo digitale, siamo proprietari dei nostri dati? (© Shutterstock.com)

ROMA - Dimmi cosa fai e ti dirò chi sei. Oggi funziona un po’ così quando si parla di Big Data e intelligenza artificiale, soprattutto se prendiamo in considerazione i social network e il web dove si verificano la maggior parte delle nostre azioni. Azioni che vengono tracciate, analizzate e conservate in giganteschi database che poi servono alle aziende per strutturare delle campagne di marketing e advertising mirate. Oggi la competizione tra le grandi corporate non si gioca più a livello di prodotto o servizio, ma quanto più è alta la conoscenza del proprio cliente. «Se conosciamo i comportamenti del consumatore possiamo proporre i prodotti più coerenti con il suo profilo, e migliorare l’efficacia della pubblicità, solleticando le motivazioni più profonde che influenzano le sue scelte», ci racconta Alessandro Sisti.

Siamo proprietari dei nostri dati?
L’immagazzinamento di tutti questi dati, però, solleva dei dubbi in relazione non solo a questioni di privacy, ma anche allo sfruttamento economico e del diritto di proprietà sugli stessi. Se da una parte è vero che i dati sono restituiti alle aziende in formato anonimo, è anche vero che, come consumatori, non sappiamo esattamente quali sono tutte le informazioni che i giganti del web raccolgono sui nostri comportamenti. «In questa direzione, l’articolo 20.1 del nuovo Regolamento Generale per la protezione dei dati personali (GDPR) crea un nuovo diritto per gli interessati del trattamento, Il c.d diritto alla portabilità dei dati che consente ai consumatori di ricevere i loro dati personali, forniti ad un titolare del trattamento, in modo strutturato, comunemente usato e leggibile da un elaboratore (quindi assolutamente non in formato cartaceo) - spiega meglio Alessandro Sisti, di Digital Consultant -.  In questo modo l’interessato può decidere di trasmettere i dati ad un altro titolare del trattamento, come ad un altra azienda, portandoli in «dote» quando si inizia una nuova relazione di business».

Il prezzo dei dati
Al Data Driven Innovation 2017 organizzato da Codemotion e Università Roma 3, si è discusso animatamente di questi temi anche con Andrea Stasi di Google. Di fatto, se viene riconosciuto il diritto di proprietà sui propri dati, allora va da sé che il consumatore deve diventare parte integrante della negoziazione di compravendita e, quindi, in parole povere, avere diritto a un compenso. Ma qual è il suo prezzo? E, soprattutto, come viene stabilito? «Il prezzo dei dati è stabilito dal costante confronto tra domanda (delle aziende) e offerta da parte delle aziende globali digitali - spiega ancora Alessandro -. I dati, che costituiscono il fondamento di ogni decisione di acquisto degli spazi pubblicitari, ricevono una quota dell’investimento complessivo pubblicitario. I banner ed i video che vediamo su un sito durante la nostra navigazione, sono infatti negoziati dagli inserzionisti con piattaforme di trading automatizzate, il c.d Programmatic Advertising, con meccanismi ad asta in tempo reale». E di certo i giganti del web non hanno nessuna intenzione di condividere con il proprietario del dato i benefici economici che ne ricavano.

Cediamo i dati a titolo gratuito
E sulla base di questi meccanismi sono nati i colossi che conosciamo oggi, come Facebook e Google, che hanno costruito il monopolio nella pubblicità digitale, attraverso la vendita intelligente dei dati che noi, più o meno consapevolmente, gli forniamo ogni giorno, attraverso le azioni che compiamo sul web. In questo senso, e non erroneamente, c’è chi dice che i Big Data siano il nuovo petrolio digitale sui cui tutti i Big vogliono mettere le mani, il nuovo fattore di produzione. Ma a che prezzo? Per noi, praticamente nessuno. Li cediamo a titolo gratuito. Solo che per le aziende costituiscono un patrimonio inestimabile che muove miliardi di dollari. «A oggi il vero problema è che non ci sono lavoratori consapevoli delle problematiche connesse ai Big Data - conclude Alessandro - ne legislatori sapienti o associazioni che lottano ad armi pari contro il monopolio». Intanto continuiamo a essere tracciati e analizzati. La maggior parte delle volte senza accorgercene.