24 marzo 2017
Aggiornato 22:30
lavoro

Quali competenze dovrà avere il professionista del futuro

La posta in gioco è alta per le imprese, i lavoratori e la società stessa: lo sviluppo di competenze, come capacità di leadership, pensiero critico e creatività, o ancora intelligenza emotiva possono contrastare notevolmente la riduzione dei posti di lavoro

Quali competenze dovrà avere il professionista del futuro (© Adobe Stock)

ROMA - La rivoluzione digitale e tecnologica ha cambiato in modo radicale il nostro modo di vivere. Dalla mattina presto, quando lo smartphone è il primo strumento che utilizziamo prima di alzarci dal letto, al car sharing per andare a lavoro, dalla giornata in coworking alla cena prenotata attraverso un servizio di food delivery. Internet ha cambiato i modelli, i pilastri su cui si compiono le nostre azioni quotidiane, quasi che oggi, sembra scontato fare tutto attraverso dei pulsanti sul telefono, che poi sono le nostre app. Non meno futuriste sono le previsioni per il futuro dove i fattorini di Amazon saranno costituiti da droni e le auto si guideranno da sole. Insomma, sarà normale.

Posti di lavoro a rischio
Se il digitale crea, dall’altro distrugge. Distrugge quello che c’era prima e che non serve più a nessuno. Molti posti di lavoro, per esempio. Che fine faranno le edicole in piazza o le cassiere con l’avvento di supermarket dove si paga la spesa direttamente con lo smartphone? Secondo un recente studio dell’ONU, la robotica potrebbe sostituire due terzi dei lavori umani, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Non solo. Secondo il World Economic Forum  saranno 7 milioni i posti di lavoro che andranno persone entro il 2020 nel 15 economie più sviluppate. Secondo uno studio della Oxford University and Deloitte i lavori che hanno un alto rischio automazione sono il venditore telefonico con il (99% di rischio), il dattilografo (98,5%), segretari di studi legali (97,6%), manager finanziari (97,6%), gli impiegati per la gestione delle pensioni (97%). A sorpresa, le professioni meno a rischio automazione sono il proprietario di alloggi o servizi di accomodazione, il manager di locali (0,4%) e l’istruttore scolastico.

Il professionista del futuro
La tecnologia, però, non può fare tutto da sola, poiché - in fin dei conti e almeno fino ad ora - è l’uomo a comandare i suoi sviluppi. E’ l’essere umano a guidare, infatti, quella che molti non esitano a definire la quarta rivoluzione industriale per le sue potenzialità altamente disruptive. Il lavoratore del futuro dovrà quindi sapersi interfacciare con la tecnologia e coesistere con essa. Le sue doti devono essere alquanto sviluppate. Ma quali sono davvero le competenze dei professionisti del futuro? Secondo  David Deming, professore ad Harvard, dovranno coltivare soprattutto due capacità: quelle matematiche e quelle sociali. Esaminando le tendenze che hanno caratterizzato il mercato del lavoro dal 1980 ad oggi, si nota che crescono i profili che primeggiano in almeno una delle due competenze: gli educatori (alte abilità relazionali), i contabili (alte abilità matematiche), i manager (alte abilità relazionali e matematiche). Il lavoratore del futuro quindi dovrà saper combinare con estrema facilità le competenze matematiche e sociali se vuol sopravvivere in modo dignitoso nel mondo del lavoro.

Investire su hard e soft skill
La posta in gioco è alta per le imprese, i lavoratori e la società stessa: lo sviluppo di competenze, come capacità di leadership, pensiero critico e creatività, o ancora intelligenza emotiva possono contrastare notevolmente la riduzione dei posti di lavoro legata alla crescente automazione. A confermarlo l’indagine di Accenture Strategy, condotta su un campione di 10,527 lavoratori di dieci diversi paesi, secondo la quale se si riuscisse a raddoppiare il ritmo con cui i lavoratori sviluppano queste competenze, la quota di posti di lavoro a rischio diminuirebbe dal 10% al 4% entro il 2025 negli Stati Uniti. Secondo lo stesso meccanismo si assisterebbe a un calo dal 9% al 6% nel Regno Unito e dal 10% al 5% in Germania. Il salto di qualità le aziende lo fanno investendo, a tutti i livelli, in hard e soft skills, competenze tecniche e umane, considerando che l’85% degli intervistati si dice disponibile a dedicare parte del proprio tempo libero, nei prossimi sei mesi, per apprendere nuove competenze.