21 febbraio 2017
Aggiornato 15:00
agtech

Phytoponics, la startup che vuole portare l'idroponica a casa degli agricoltori

L'obiettivo della startup accelerata a StartupBootCamp FoodTech a Roma è quello di rendere l'agricoltura idroponica più accessibile e ampliare il mercato, facendolo diventare di massa, fino ai cittadini privati

Adam (© )

ROMA - Una passione, quella per le tecniche di coltura idroponica, che Adam Dixon, CEO di Phytoponics, startup che sta seguendo il programma di accelerazione capitolino StartupBootCamp FoodTech, ha sin da quando era piccolo. Da quando, a 12 anni, ha cominciato a l’indoor gardening, intravedendone i benefici sia in termini di produttività che di sviluppo sostenibile. E alla fine, poi, le tecniche di cultura idroponica sono diventate il business della sua startup Phytoponics che mira però a innovare la stessa, attraverso l’abbattimento dei costi e la sua espansione di massa nel mondo degli agricoltori.

Phytoponics
«Mi sono laureato in ingegneria meccanica con il massimo dei voti portando avanti allo stesso tempo la mia passione per l’innovazione applicata al mondo dell’agricoltura lavorando presso Syngenta per un periodo di due anni - ci racconta Adam -. Quest’esperienza mi ha permesso di sviluppare l’idea che poi è diventata una realtà imprenditoriale: Phytoponics. Ho deciso di coinvolgere il Professore Richard Perks, un esperto di elettronica e semiconduttori, e il mio amico Luke Parkin, anche lui ingegnere meccanico con una cultura familiare nel commercio agricolo. Dopo mesi di sperimentazione, a maggio 2016, abbiamo fondato la nostra startup e iniziato questa avventura. Io ed il mio team crediamo fortemente ai benefici legati alla cultura idroponica, in termini di maggiore sostenibilità e produttività, e insieme vogliamo renderla più facilmente accessibile agli agricoltori e, nel futuro, anche ai cittadini privati».

I limiti dell’idroponica
Phytoponics, in primo luogo, si pone come obiettivo quello di trovare una soluzione affinché si possa ridurre notevolmente l’impatto che l’agricoltura intensiva ha sul nostro pianeta. La crescita della popolazione globale e il relativo incremento della domanda di prodotti agricoli stanno spingendo, da un lato, i coltivatori a sfruttare intensivamente il suolo e l’acqua disponibile e, dall’altro, ad incrementare l’utilizzo di pesticidi e fertilizzanti chimici, riducendo la qualità dei prodotti offerti e aumentando l’inquinamento a lungo termine del territorio. Per questo motivo, la cultura idroponica sembra essere l’unica soluzione sostenibile e accessibile a tutti questi problemi. La necessità di suolo e acqua è ridotta di 10 volte , così come la necessità di sostanze chimiche per la produzione. «Purtroppo ci siamo resi conto - continua Adam - che la coltura idroponica tradizionale (i sistemi offerti dai nostri competitor) rappresenta ancora oggi molti limiti, tra cui costi d’installazione e manutenzione troppo alti, utilizzo di substrato inquinante, necessità di forza lavoro specializzata e difficoltà legate alla raccolta manuale». Per questi motivi e altri ancora, la cultura idroponica sembra molto costosa e poco produttiva, non incentivando i coltivatori ad adottarla. «Il nostro sistema di cultura Phytoponics, sfruttando la tecnica della Deep Water Culture, si presenta come la soluzione tecnologica in grado di ridurre i costi e incrementare la produttività. Il nostro motto è «sustainable, affordable and scalable hydroponic revolution»».

Verso l’internazionalizzazione
La startup è attualmente in fase di accelerazione presso il programma romano StartupBootCamp FoodTech e punta ad ottenere il primo contratto di partenariato con uno dei più grandi gruppi italiani a Battipaglia (SA) a fine febbraio. Inoltre, a marzo di quest’anno, Phytoponics aprirà il seed round (raccolta fondi) auspicando di ottenere tutti gli investimenti necessari per la produzione in grande scala del prodotto e lanciarlo ufficialmente in Italia prima e in Europa successivamente.

L’Italia, un paese da cui partire
Insomma, grandi aspettative e anche un’importante missione che parte dall’Italia, Paese in cui l’agricoltura rappresenta ancora la più alta percentuale del Pil. «Lavorare in Italia è decisamente stimolante, oltre che utile ai fini del nostro sviluppo commerciale - conclude Adam -. Il programma di accelerazione al quale partecipiamo ci ha fatto crescere e maturare, connettendoci con i nostri primi clienti. Infatti, l’Italia è per noi il primo mercato da raggiungere, e specialmente le grandi regioni agricole del sud del Belpaese, dove la cultura in serra è più largamente diffusa. Inoltre è strategicamente utile impiantarsi in un paese che è a metà strada tra gli altri due mercati di riferimento: Spagna e Turchia. Speriamo di poter importare il nostro sistema innovativo di coltura idroponica in quei due mercati nell’anno 2018. Infine, parte del nostro team è italiano: l’agronomo, il business developper e la marketing manager ci permettono di capire le esigenze dei clienti locali e ci aiutano nella negoziazione dei partenariati con aziende a livello nazionale. Credo che la sinergia sviluppata tra la nostra expertise ingegneristica e le conoscenze del mercato italiano dei nostri collaboratori ci porteranno grandi risultati».