28 marzo 2017
Aggiornato 15:30
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Snapchat vuole quotarsi in borsa: cosa ci insegna la storia di Spiegel

L'app punta a quotarsi mettendo in vendita titoli per tre miliardi di dollari. E Snap spera di raggiungere una valutazione di 25 miliardi di dollari. Ma il 2016 si è chiuso in perdita, redditività forse un miraggio

Snapchat vuole quotarsi in borsa: cosa ci insegna la storia di Spiegel (© )

ROMA - Cosa vi aspettereste da un ragazzo che costruisce un computer a soli 14 anni? Certo, lo costruisce in America, a Malibu, in una città il cui cuore batte forte anche perché risente della scia lasciata dalle stars di Hollywood. Ma lui, Evan Spiegel, 26 anni, creatore di Snapchat ce l’ha fatta a prescindere. E a chi gli chiede perché abbia rifiutato i tre miliardi di euro di Mark Zuckerberg che voleva comprare la sua app di foto, lui ha sempre risposto che «Snapchat è qualcosa che amo ed è troppo importante per me».

La storia di Snapchat
E i numeri gli hanno dato ragione. Anche perché adesso l’app punta a quotarsi mettendo in vendita titoli per tre miliardi di dollari. E Snap spera di raggiungere una valutazione di 25 miliardi di dollari. Già, perché secondo Spiegel, i ricavi 2016 sono stati di 404,48 milioni di dollari contro i 58,66 milioni del 2015; nel solo quarto trimestre i ricavi medi per utente sono saliti a 1,05 dollari contro i 31 centesimi dello stesso periodo dell'anno precedente. Nel trimestre chiuso il 31 dicembre 2016, ogni giorno 158 milioni di persone hanno usato la app, il 48% in più dell'anno prima. Numeri da capogiro.

L’incontro con Bobby Murphy
E pensare che tutto nacque dopo il divorzio dei suoi genitori. Va all’Università di Standford dove hanno studiato anche i fondatori di Yahoo!, Google, PayPal, YouTube, WhatsApp e Instagram. Insomma, una culla di talenti. O forse sarebbe meglio dire la culla degli uomini più ricchi al mondo. Perché è proprio a Standford che Spiegel attira l’attenzione di Bobby Murphy, uno degli uomini più ricchi del pianeta e suo attuale socio. Ed è con lui che dopo un primo progetto andato in fumo comincia a gettare le basi di Snapchat. La scintilla, però, arriva da Reggie Brown, altro compagno di studi universitari che una sera invia una foto per sbaglio. Da lì si accende una lampadina: perché non creare un social network dove le foto si autodistruggono dopo un tot di tempo dalla pubblicazione?

Un’idea da unicorno
Spiegel capisce subito che l’idea è di quelle forti e, soprattutto, da unicorno. Dopo alcuni incontri deludenti fatti con i venture capital Spiegel e Bobby Murphy lanciano la versione iOS nel luglio 2011. Un buco nell’acqua, con poco più di un centinaio di download in tre mesi. Un insuccesso che però si dimostra provvidenziale, perché porta i tre soci a polemizzare su chi abbia fatto cosa, a estromettere Brown e cambiare nome all'app (da Picaboo a Snapchat). Niente da fare, l’app sembra non voler decollare, tanto che i due decidono di prendere strade diverse. Ma, come accade spesso, quella creatura che oggi Spiegel tanto ama decolla da lì a qualche mese. Grazie alla scuola, di alunno in alunno, durante i compiti in classe: messaggi che spariscono poco dopo l’invio e che quindi impedivano il riconoscimento di alunni poco diligenti. Insomma, il boom. Snapchat a Natale del 2011 conta su 2mila utenti, che diventano 20mila in gennaio e 100mila nell’aprile 2012.

Cosa ci insegna Spiegel
Il resto della storia lo sapete. Tra investimenti e rinnovamenti, come accade in tutte le startup, poi aziende. Anche se Snapchat potrebbe non diventare mai redditizia (l’ha detto lo stesso Spiegel che ha ammesso di aver chiuso il 2016 con una perdita di 514,64 milioni di dollari, peggiore di quella da 372,89 milioni del 2015), la sua storia ci insegna molto:

1) Puntare sulla velocità: foto e video, infatti, si muovo rapidamente e non diventano quindi ridondanti;
2) Puntare sul mobile: lo confermano i numeri, sale la quantità di smartphone e diminuiscono gli accessi da desktop;
3) Mai scoraggiarsi: Spiegel ha russato duro prima di arrivare al successo, cambiando la sua idea molte volte. Mai abbandonare alla prima difficoltà.